2 mar 2008

Mal D'Africa? by Lilac Malah



L’Africa, seppur spesso assente dai nostri schermi televisivi, ospita il maggior numero di conflitti cruenti ad oggi in atto nel mondo. Il continente africano è afflitto da numerose piaghe, alcune retaggio del colonialismo e della schiavitù, altre più moderne, tutte comunque letali.
Fra i numerosi problemi che la regione subsahariana si trova a affrontare, uno in particolare risulta critico per lo sviluppo dell’intero continente, seppure non appaia in maniera tanto eclatante quanto le grandi malattie e i conflitti tribali. Si tratta della fuga dei migliori cervelli africani all’estero.
Un numero sempre più elevato di giovani Africani laureati emigra verso i grandi paesi industrializzati, in cerca di stabilità economica e di un tenore di vita più dignitoso. L’Occidente, Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, favorisce inesorabilmente questo fenomeno improntando programmi di accoglienza e immigrazione estremamente “appetibili” per i nuovi intellettuali e scienziati africani.
Come scrive Rotimi Sankore nel proprio articolo “Africa killing us softly”, apparso sul New African di Novembre 2005, il problema più grave è che l’Africa non riesce a rimpiazzare il numero (in crescita sempre più vertiginosa) di giovani laureati che abbandonano il continente dopo che questo ha pesantemente e fra mille difficoltà investito nella loro educazione. Le statistiche sono allarmanti: tra il 20% e il 50% degli scienziati, degli intellettuali e in genere dei laureati Africani risiede in altri continenti. Si tratta quindi di una vera e propria emigrazione di massa.
In Etiopia, ad esempio, negli ultimi 10-15 anni il 50% dei giovani che ha lasciato il paese per completare i propri studi accademici, non ha più fatto ritorno in patria. Secondo l’IOM (International Organization for Migration), l’Etiopia ha perso tra il 1980 e il 1991 circa il 75% dei sui esperti. Per ogni professore di economia residente in Etiopia, vi sono 100 economisti etiopi che risiedono negli Stati Uniti.
Secondo una statistica condotta dal Central Statistical Office nel 1996 i settori più colpiti dalla piaga dell’emigrazione di massa sono: educazione 34%, ingegneria 29%, commercio 24%, medicina e odontoiatria 13%.
Il settore su cui il fenomeno incide maggiormente nell’immediato è sicuramente quello sanitario.
La mancanza di personale medico è uno degli ostacoli più grandi alla sconfitta e al contenimento delle maggiori malattie, prime fra tutte l’AIDS, che colpiscono il continente.
Il Kenya perde 20 dei propri dottori al mese, mentre il Ghana ha gia perso il 60% dei suoi medici.
La preoccupazione non riguarda unicamente i medici, bensì tutto il personale addetto ai servizi sanitari. l’Africa infatti soffre anche la mancanza acuta di infermieri, farmacisti e personale addetto al servizio sociale. La perdita di infermieri è in grande aumento a causa della necessità di queste figure professionali nei paesi occidentali.
Negli Stati Uniti ad oggi si registra un “buco” di 126,000 infermieri e il governo Americano prevede che per il 2020 potrebbero mancarne addirittura 800,000. A fronte di questi dati la ricerca di personale qualificato è particolarmente aggressiva. Per attirare infermieri e professionisti del settore da altri paesi –per lo più africani- gli Stati Uniti offrono uno stipendio di 20 volte più alto rispetto a quello ottenibile nei paesi di origine.
Così facendo, l’Occidente riesce a accaparrarsi personale qualificato, evitando ingenti investimenti nell’educazione e nella formazione locale.
Si consideri per contro che il Kenya, la cui realtà economica è abissalmente differente rispetto a qualsivoglia paese occidentale industrializzato, spende 40,000 dollari americani per istruire un singolo medico e tra i 10,000 e i 15,000 dollari americani per i 4 anni di studio di ogni suo studente.
Tutti questi investimenti vanno completamente persi nel momento in cui questi giovani, ultimata la specializzazione, emigrano, privando il proprio paese delle loro vitali competenze.
La perdita poi si rivela doppia. Per far fronte a queste enormi perdite, infatti, l’Africa si trova costretta a spendere 4 milioni di dollari americani l’anno (pari al 35% dell’aiuto totale per lo sviluppo del continente) per assumere circa 100,000 esperti occidentali proprio in quei settori dove l’emigrazione, ma anche la formazione locale, è maggiore.

L’emigrazione di giovani qualificati dall’Africa è, come si è visto, fortemente agevolata se non addirittura cinicamente provocata, dai grandi paesi industrializzati.
La politica di questi ultimi è estremamente chiara: prendere dall’Africa il meglio e lasciare il resto.
(Inevitabile di conseguenza il paragone con la tratta degli schiavi, ferita ancora aperta nel continente africano)
Speciali visti e procedimenti accelerati di immigrazione sono concessi in virtù dell’alto titolo di studi conseguito. Maggiori le qualifiche ottenute e più elevate le possibilità di entrare in paesi come gli Stati Uniti, il Canada, il Gran Bretagna e in tutta l’Europa.
Nella tabella 1 sono elencati i 10 paesi che hanno registrato il maggior numero di vincite di Green Card per gli Stati Uniti dal 2000 al 2005.
Come possiamo vedere, la presenza di paesi Africani nel corso degli ultimi anni è aumentata notevolmente.
Nel 2000 erano presenti fra i maggiori 10 solo tre stati africani, Ghana, Nigeria e Egitto. Dal 2002 in poi, entrano e permangono nella classifica tra i 5 e i 6 paesi africani, occupandone costantemente le prime posizioni. Gli stati maggiormente colpiti dalla piaga dell’emigrazione risultano essere: Ghana, Etiopia, Nigeria, Marocco, Egitto, e Kenya, con Togo, Sierra Leone, Liberia, Algeria e Sudan a seguire.
In Inghilterra è attivo un sistema a punti per il programma di accoglienza degli immigranti laureati (Highly Skilled Migrant Programme), uguale alla ormai famosa Green Card Lottery Statunitense.
Sono assegnati differenti punteggi a seconda della qualifica, delle specializzazioni, dell’esperienza lavorativa, e del titolo di studio conseguito dai componenti il nucleo famigliare. Naturalmente quanti più punti si ottengono, tanto più alte sono le possibilità di ottenere il visto. In altre parole, si va alla ricerca di persone altamente competenti e qualificate.
Sorge spontaneo il quesito del perché di tanto interesse da parte dei paesi occidentali, industrializzati e dotati di ottime università, all’accoglienza di così tante persone provenienti da paesi poverissimi.
I motivi sono molteplici, ma a accomunarli è una visione a lungo termine dello sviluppo sociale ed economico dei paesi ospite.
In Europa ad esempio uno dei più potenti motori dell’immigrazione secondo il Professor Philip Martin e Jonas Widgreen (esperti in lavoro, sviluppo economico e immigrazione) citati da Sankore nell’articolo apparso sul New African di Novembre 2005 è il crollo della fertilità e della curva della popolazione, soprattutto dei quattro paesi più grandi: Francia, Germania, Italia, e Gran Bretagna.
Se questi paesi volessero mantenere la stessa forza lavoro registrata nel 1995 nel futuro più prossimo, l’immigrazione dovrebbe aumentare da 237,000 a 1,1 milioni all’anno.
Un secondo motivo sempre secondo Sankore, risiede nella sfida economica globale posta da Cina e India.
I paesi industrializzati devono far fronte alla veloce crescita economica dei due paesi. Per poterla contrastare, è necessaria molta forza lavoro competente e professionale, ma al tempo stesso più economica e motivata, proveniente soprattutto dall’Africa e da altri paesi in via di sviluppo.

Ma se i motivi che spingono i paesi Occidentali allo stimolo dell’immigrazione sono chiari, quali sono invece le ragioni che portano così tanti giovani a lasciare la propria casa, le proprie famiglie, il proprio stato, per recarsi in paesi sconosciuti e diversi dal punto di vista culturale?
Le risposte sono numerose e spesso intuitive. Molti paesi africani non sono sufficientemente democratici da accettare le idee e le innovazioni degli intellettuali e non garantiscono giustizia economica e sociale alcuna, per non parlare dei diritti civili e politici.
Altro motore all’immigrazione è sicuramente il costante sfruttamento dell’Africa da parte dei paesi industrializzati, che ne ha impoverito l’economia e le infrastrutture sociali e normalizzato la povertà, portando tanti Africani in cerca di un lavoro soddisfacente e di uno standard di vita decente all’estero.


Schematizzando, i principali motivi che portano i giovani ad abbandonare l’Africa sono:
• Salari bassi e potere d’acquisto in costante calo
• Tenore di vita insoddisfacente, bisogni primari insoddisfatti, mancanza di mezzi di trasporto e alloggi.
• Personale qualificato che svolge sottomansioni, insoddisfazione sul lavoro, nessuna prospettiva di crescita professionale.
• Assenza di ricerca, mancanza di personale adeguato, di fondi e equipaggiamento professionale.
• Conflitti politici e guerre.
• Declino costante del sistema educativo.
• Discriminazione politica nelle promozioni.
• Mancanza di libertà .

A questi si aggiungono i seguenti motivi, che contribuiscono a attirare i giovani Africani nei paesi industrializzati:
• Stipendi e redditi elevati
• Alto tenore di vita
• Condizioni lavorative migliori: lavoro, opportunità di carriera e sviluppo professionale
• Fondi per le ricerche, tecnologie avanzate, servizi e strutture moderne, presenza di personale specializzato.
• Stabilità politica
• Sistemi educativi moderni
• Meritocrazia e trasparenza
• Libertà intellettuale.

Secondo Chidi Odinkalu, avvocato Nigeriano che si occupa dei diritti umani e specialista nella giurisprudenza Africana, citato da Sankore nel proprio articolo apparso sul New African di Novembre 2005 la principale chiave di lettura del fenomeno emigratorio risiede nell’assenza di libero movimento delle persone all’interno delle regioni sub-sahariane dell’Africa.
Africani residenti nella stessa regione, ma in paesi differenti, sono costretti ad aspettare più di un mese per ottenere un visto che permetta loro di entrare in altre parti dell’Africa. In pratica molti Africani sono completamente isolati.

Se alla luce dei fatti l’emigrazione di massa dei cervelli africani appare inarginabile, è altresì vero che alcune soluzioni a breve e lungo termine potrebbero contribuire a limitare e incanalare il fenomeno.
Rotimi Sankore ne propone principalmente due:
Da una parte, accelerare e arricchire la democrazia, investendo in educazione, sanità e altre infrastrutture socio-economiche per creare così più posti di lavoro.
Dall’altra, trattenere le persone più valide e qualificate, offrendo loro tutto il possibile e investendo economicamente nella loro permanenza tramite un’azione sempre maggiore finalizzata all’ottenimento di più aiuti dall’esterno.
Robin Cohen, professore al Dipartimento di Sociologia dell’Università di Warwick, propone anch’egli nel suo articolo “Brain Drain Migration” presentato nel South African Commission on International Migration 1996-1997, soluzioni a breve e lungo termine per arginare e correggere il fenomeno.
Anzitutto è necessario secondo il professore ritardare l’emigrazione: a fine istruzione sarebbe opportuno richiedere ai laureati di rimanere nel paese di origine per due ulteriori anni durante i quali possano esercitare la professione e “ripagare” allo stato l’investimento economico. I due anni di fermo potrebbero addirittura essere inseriti nel contesto educativo come parte integrante.
È inoltre prioritario cercare di creare un ambiente accademico e lavorativo vantaggioso che invogli i neolaureati a rimanere. Nel contempo, a fronte dei flussi emigratori presenti, è necessario cercare di sostituire numericamente i giovani che abbandonano l’Africa con altri giovani locali che debbono essere educati e formati con il massimo impegno. Per fare è critico operare come segue: tutto il personale che viene “importato” al fine di promuovere la ricerca e l’educazione deve essere pubblicamente certificato per venire incontro alle esigenze locali e per indurre fiducia nelle competenze importate. È necessario inoltre cercare di approfittare al massimo delle brevi visite di medici e scienziati (esteri e rimpatriati) che arrivano in Africa per vari motivi impostando collaborazioni di vario tipo con i colleghi residenti: istruzione diretta, collaborazione professionale occasionale o ricerca congiunta tramite network internazionali.
A questo proposito, si noterà che la fuga dei cervelli dall’Africa non ha unicamente conseguenze negative per il paese. Esistono infatti anche determinati risvolti positivi che vanno sicuramente considerati. Di seguito schematicamente un elenco di entrambi gli aspetti:
Fattori negativi
• Riduzione di personale qualificato con conseguenze nefaste per lo sviluppo dell’Africa
• Riduzione di persone dinamiche e innovatrici, sia imprenditori che accademici.
• Trasferimento troppo lento delle tecnologie con conseguente aumento del divario (gia presente) tra l’Africa e i paesi industrializzati.
• Effetti negativi sulla produzione scientifica dei diversi paesi africani.
• Perdita di soldi provenienti da imposte sul reddito e contributi potenziali proporzionali al prodotto interno lordo.
Fattori positivi
• Grande contributo di persone formate qualora facciano ritorno al proprio paese nativo
• Introiti spediti dall’estero alle famiglie ancora residenti nel paese d’origine.
• Bilancia dei redditi migliorata dagli introiti provenienti dall’estero (gli Africani che lavorano fuori dal continente spediscono circa 45 milioni di dollari americani l’anno alle proprie famiglie).
• Possibilità di creare network internazionali di riferimento per scienziati africani all’estero e scienziati africani residenti in Africa.
• Possibilità di importare conoscenze a distanza tramite programmi di scambio con gli Africani all’estero.
La creazione di interrelazioni fra Africani emigranti e residenti sembra essere una delle strade percorribili nell’immediato per sfruttare positivamente i flussi migratori che coinvolgono il continente africano.
Gumisai Mutue propone, nel suo articolo Reversing Africa’s “brain drain” apparso sulla rivista Africa Recovery di Luglio 2003, una collaborazione via internet tra gli Africani residenti all’estero e i loro corregionali residenti in Africa.
Il SANSA (South African Network of Skills Abroad), ad esempio, coinvolge 22,000 laureati delle 5 maggiori università del Sud Africa che vivono al di fuori del continente Africano e che rimane grazie al network in contatto con le proprie università.
Una volta registrati i Sud Africani che risiedono all’estero, possono offrire il proprio aiuto e il loro supporto ai propri colleghi africani, nella conduzione delle ricerche che vengono svolte. Inoltre i membri del SANSA cercano di trasferire alta tecnologia nel proprio paese fornendo computer e software dall’estero. Come il Sud Africa, anche la Nigeria ha fondato un’organizzazione similare. Il presidente Nigeriano Olusegun Obasanjo è stato uno dei fondatori del NEPAD (New Partnership for Africa’s Development) che si occupa appunto di strette collaborazioni con professionisti e intellettuali risiedenti all’estero per lo sviluppo della Nigeria.
Se la collaborazione con persone che vivono al di fuori del continente Africano è sicuramente una brillante idea, che giova molto al continente, permane tuttavia il desiderio da parte degli stati africani maggiormente interessati dal fenomeno migratorio di rimpatriare le proprie risorse più prestigiose. Operazione questa che ha però costi estremamente elevati.
Alcuni emigranti infatti richiedono di essere rimpatriati con la propria famiglia, altri si aspettano un salario pari a quello ottenuto nel paese ospite, assieme alle risorse tecnologiche a loro disposizione. Infine, va sottolineato che se è possibile rimpatriare la persona qualificata, non è purtroppo possibile fare altrettanto con il knowledge network a cui appartiene nello stato ospite.
Rimpatriare inoltre non è facile per gli ex-emigranti e molte sono le domande che emergono presso coloro che valutano l’idea di un possibile rimpatrio.
Chernor Jalloh dell’IOM, citato da Gumisai Mutue nel suo articolo apparso sulla rivista Africa Recovery di Luglio 2003, propone una collaborazione via internet tra gli Africani residenti all’estero le persone che risiedono fuori dall’Africa hanno timore di ritornare in Africa per numerosi motivi. Non sempre sono sicuri che una volta lasciato il paese ospite, vi potranno fare ritorno, alcuni paesi costringono infatti gli immigranti a rimanere per un certo periodo minimo al proprio interno per non perdere lo status di residenza. Diversi paesi Africani inoltre non ammettono la doppia cittadinanza, costringendo gli Africani a scegliere forzatamente una delle due cittadinanze.
Per questi e altri motivi l’IOM ha elaborato speciali programmi che permettono di prestare servizio nel paese nativo, mantenendo nel contempo il proprio status nel paese ospite. Uno di questi progetti, che ad oggi gode di discreto successo, ha ad esempio come obiettivo la cura di malati situati nella parte più remota del Sierra Leone.
Secondo Kwaku Asante Darko, professore presso l’Università Nazionale del Lesotho (Ghana), citato nell’articolo “Reversing Africa’s Brain Drain”di Gumisai Mutue tanti Africani sono restii a ritornare in patria semplicemente perché sentono che chi governa attualmente trascura il paese e di conseguenza ritengono inutili i propri sforzi e non accettabili i rischi impliciti nella decisione di rimpatrio.
A peggiorare la situazione concorre l’elevatissimo tasso di disoccupazione presente in tutta l’Africa sub-sahariana.
Fino a pochi anni fa il Gambia era priva di un’università propria e spendeva cifre esorbitanti per educare ed istruire i propri giovani all’estero. Tutti i governi africani a tuttora spendono infinitamente poco per sviluppare la ricerca scientifica e tecnologica e in generale l’area educativa è profondamente sottosviluppata. Il continente spende di media soltanto lo 0,5% del totale dei propri investimenti in ricerca e educazione e sottosfrutta cronicamente quelle risorse di cui già dispone. Da qui l’enorme difficoltà a trovare impiego da parte di giovani qualificati e specialisti rimpatriati.

Per concludere come nota Gumisai Mutue citando le parole di Rohey Wadda dell’ufficio di coordinamento e strategia per l’alleviamento della povertà del Gambia: “I Paesi africani devono semplicemente essere resi più attraenti politicamente, economicamente e socialmente agli occhi dei propri stessi cittadini”

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