
Comprendere la Cina di Kishore Mahbubani.
"La Cina di oggi è come un drago che, svegliandosi dopo centenni di letargo, si accorge che molte nazioni hanno approfittato di lui durante la sua assenza". Così dice nel proprio saggio Kishore Mahbubani. Con tutto ciò che è successo durante gli ultimi duecento anni, la Cina potrebbe essere perdonata qualora avesse deciso di risvegliarsi un poco arrabbiata come nazione. Eppure, sostiene l’autore, il paese ha scelto la via del dialogo e della cooperazione. Non solo per via della propria evidente debolezza, ma anche per aver fatto propria la visione post WW2 proposta dagli Stati Uniti per cui la prosperità delle nazioni non deve più essere perseguita a colpi di cannone bensì confrontandosi sull’arena dei mercati e degli scambi economici.
E proprio gli Stati Uniti dovrebbero per primi, scrive Mahbubani, celebrare e appoggiare il progresso cinese. Poiché questo garantisce l’adesione alla visione nordamericana non conflittuale del mondo e allontana ogni possibilità di conflitto armato con la potenza emergente. Eppure il governo di Washington sembra differentemente orientato. Se da parte della Cina risulta impossibile turbare la stabilità politica degli Stati Uniti, non è assolutamente vero il contrario. Da qui la grande importanza dei segnali inviati da questi al governo cinese.
Sfortunatamente, a detta dell’autore, l’attuale politica estera statunitense nei confronti della Cina manca totalmente di coerenza e viene sempre maggiormente percepita come orientata a frenare lo sviluppo del paese.
Se i segnali odierni da parte di Washington a Beijing sono quindi incoerenti, non va dimenticato che il presente sviluppo cinese è strettamente legato all’appoggio e all’interdipendenza con gli Stati Uniti che le hanno aperto le proprie frontiere e hanno promosso la sua ammissione al WTO.
Una delle maggiori cause di incomprensione fra i due paesi sembra essere la diversa prospettiva storica e culturale con cui questi impostano le proprie relazioni. Se il governo di Beijing percepisce lo sviluppo economico odierno come la fine di un centennio di disordini, umiliazioni, caos e l’inizio di una nuova era di stabilità e benessere, Washington sembra invece convinto che il presente governo cinese sia solo una temporanea rovina dell’era comunista destinata a sparire quanto prima in favore di un governo democratico.
Il crollo del comunismo nell’ex Unione Sovietica ha fortemente scosso Beijing per il caos conseguente, rafforzando la percezione che il partito comunista cinese sia necessario e critico per il mantenimento dell’ordine e per prevenire una ricaduta nel caos.
Gli Stai Uniti per contro ritengono necessaria una transizione veloce alla democrazia e tentano di “piantarne i semi” in Cina in ogni modo possibile.
Al governo di Washington sfugge secondo l’autore la mutazione che il partito comunista ha subito negli ultimi anni, reinventandosi e investendo sempre di più nei giovani e nello sviluppo economico. Se è vero che vaste aree di povertà ricoprono tuttora il paese, la corruzione imperversa e i diritti umani sono spesso vastamente calpestati in Cina, è altresì vero che il partito comunista ha saputo trasformare l’economia del paese in un’economia di mercato libero, lanciando la nazione verso il capitalismo e arginando il caos che vi regnava in favore di una maggiore stabilità e apertura.
Chiaramente a detta di Mahbubani la Cina dovrà muoversi a lungo termine verso la democrazia, ma per ora il ruolo del partito comunista rimane critico per garantire stabilità e coesione. Purtroppo sostiene l’autore gli Stati Uniti non condividono questa percezione e contribuiscono a minare la stabilità del sistema appoggiando qualunque forza dissidente al suo interno.
L’appoggio al Dalai Lama, agli studenti dissidenti e l’utilizzo delle forze separatiste taiwanesi sono solo alcune delle azioni intraprese da Washington per creare pressione e destabilizzare il governo di Beijing. Particolarmente sentita, la questione taiwanese rischia spesso di sfociare in un conflitto armato per via del profilo di condotta assunto dagli Stati Uniti.
Questo infatti è spesso alla fonte di profondo disagio per Beijing che vede Taiwan come centrale per limitare il senso di umiliazione della popolazione per le ripetute sconfitte nel secolo precedente e è chiaramente disposto alla repressione armata di eventuali tentativi separatisti.
Se gli Stati Uniti sono in grado di mettere in crisi il governo di Beijing, spesso l’appoggio di quest’ultimo a livello internazionale può risultare critico.
L’estensione da un forte ostruzionismo all’invasione dell’Iraq e la pressione sulla Corea del Nord per evitare inutili conflitti sono solo alcuni fra gli esempi possibili secondo il ricercatore.
Una maggiore cooperazione fra i due paesi sarebbe quindi auspicabile, a reciproco beneficio e allo scopo di incrementare la stabilità a livello mondiale.
Gli attacchi terroristici del Settembre 2001 hanno contribuito a distogliere momentaneamente l’attenzione americana dalla Cina, ma ora gli attriti sembrano ripresi.
La rivalutazione dello Yuan, la questione delle esportazioni tessili cinesi, i programmi nucleari nord-coreano e iraniano, l’acquisto di petrolio dal Sudan e il tentativo di scalare Unocal, la compagnia americana per il petrolio, sono percepiti come eventi indipendenti e discreti dagli Stati Uniti e diversamente come elementi collegati e interdipendenti da Beijing.
Per questo, sostiene l’autore, il governo cinese si sente in dovere di sfruttare ogni minimo vantaggio rispetto a Washington.
Da parte sua il governo statunitense ha oggi il potere di sostenere lo sviluppo cinese incanalandolo e dirigendolo nel rispetto dei propri tempi verso forme di governo democratiche. Un passo potrebbe essere l’integrazione del paese nel G-8 e parallelamente il suo coinvolgimento nella risoluzione dei conflitti all’interno del mondo islamico.
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