
La Caccia Globale all’Energia ad Opera della Cina di David Zweig e Bi Fianhai.
Se solo vent’anni or sono, la Cina era il maggior esportatore di petrolio in tutto l’estremo oriente, la crescita economica vertiginosa degli ultimi anni ha portato il paese al secondo posto a livello mondiale per importazione di petrolio.
Per via del nuovo ruolo di “fabbrica” del mondo, a detta degli autori, la Cina ha raddoppiato in soli dieci anni la propria domanda di materie prime d’importazione. La crescita prevista per l’economia nazionale di circa il 9% per i prossimi vent’anni (dato questo fornito da Justin Yifu Lin, direttore dell’Istituto Cinese per la Ricerca Economica all’università di Pechino) permette di comprendere diverse direttive intraprese dal paese nella propria politica estera.
Percependo la crescita economica accelerata come elemento critico ai fini della stabilità del paese (e della sopravvivenza del partito comunista), il governo di Beijing opera assiduamente per adattare la propria politica estera alle necessità di sviluppo domestiche. Pur mantenendo una struttura fortemente centralizzata, gli organi di potere lasciano sempre maggiore libertà di azione e influenza sulle decisioni di politica estera ad esponenti della comunità nazionale degli affari. Il governo cinese spinge sempre maggiormente le relazioni dirette fra esponenti delle proprie compagnie statali e i paesi fornitori di petrolio, gas e altre risorse al fine di stipulare accordi di fornitura solidi e duraturi.
Per molti stati in via di sviluppo, ma ricchi di risorse energetiche, la fame cinese si è rivelata motore di crescita. La domanda cinese ha permesso loro di sfruttare risorse sinora intatte, oppure di rinegoziare accordi sfavorevoli chiusi precedentemente con terze parti. Il governo cinese ha preso a corteggiare svariati paesi in via di sviluppo, investendo nelle loro economie e appoggiandone lo sviluppo concretamente allo scopo di creare solide relazioni di scambio e soddisfare il proprio crescente fabbisogno energetico e di materie prime.
A trovarsi in crisi di fronte a questo fenomeno sono Stati Uniti e Giappone. La richiesta insaziabile di petrolio e materie prime della Cina entra talvolta in collisione con la decisione delle due potenze di emarginare paesi “problematici”. Alcuni esponenti del governo e dell’esercito americano temono che la Cina possa minacciare direttamente la supremazia statunitense, militare ed economica, nell’Asia orientale gettando la regione nell’instabilità.
Nonostante il potenziale di conflitto fra i due paesi nel breve e medio termine risulti basso, gli autori sottolineano come gli attriti fra Cina e Stati Uniti potrebbero sfociare se mal gestiti in un conflitto armato. D’altra parte, sottolineano Zweig e Fianhai, la competizione economica fra paesi non deve necessariamente sfociare nella guerra e a ben vedere, gli interessi comuni fra le due potenze non sono pochi. Prezzi accessibili per il petrolio, navigazione sicura per i mari e un clima internazionale rilassato risultano elementi critici per lo sviluppo di entrambi.
In linea con la propria nuova politica estera, il governo cinese garantisce da qualche anno ingenti sussidi alle aziende nazionali che decidono di investire in paesi in via di sviluppo a dispetto della tradizionale attenzione dedicata negli ultimi vent’anni ai legami con le economie sviluppate.
In particolare la necessità di petrolio ha portato il paese ad assumere un ruolo attivo nell’arena mediorientale. Si pensi che più del 45% delle importazioni cinesi di petrolio provengono dai paesi arabi. Anche in Africa gli interessi cinesi hanno portato a un’espansione delle già presenti relazioni e il Forum per la Cooperazione fra Cina e Africa è solo uno dei sintomi di questo rinnovato interesse. Ugualmente il governo di Beijing è attivo in tutta l’America Latina, in Australia e in Canada sia con investimenti diretti nelle economie locali, sia mediante scambi economici sempre maggiori. Secondo gli autori è facile immaginare come la crescente presenza cinese in Medio Oriente, Africa, America Latina e Australia, ma ancor più in Canada, alimenti l’attrito con gli Stati Uniti.
Se assicurarsi stabili fonti energetiche è un bisogno primario per la Cina, sottolineano i due ricercatori, garantirne il trasporto sino a casa risulta altrettanto critico. Per assicurarsi l’approvvigionamento di petrolio da Africa e Medio Oriente nella mancanza di condotti petroliferi diretti, il paese deve di conseguenza garantire la sicurezza e la navigabilità di svariate rotte marittime, primo fra tutti lo Stretto di Malacca.
Negli ultimi due anni anche il Giappone si è trovato a sua volta protagonista di dispute tese con la Cina, per l’appropriazione di svariate riserve di gas naturale nel mar della Cina orientale. Tensioni queste che lo hanno addirittura portato a riesaminare la propria strategia difensiva alla luce di un possibile conflitto armato.
In generale, sostengono gli autori, un ulteriore fonte di attrito fra le democrazie occidentali e la Cina risulta essere la totale estraneità di quest’ultima a valutazioni di tipo morale e etico. Il governo di Beijing non esita infatti a supportare paesi in cui domina la dittatura e dove i diritti umani sono regolarmente calpestati. Ugualmente numerosi embarghi ad opera delle democrazie occidentali sono resi inefficienti dalle relazioni dei paesi emarginati con la Cina.
Alla domanda se una prossima militarizzazione della Cina in vista di un conflitto aperto sia plausibile, molti esperti negli Stati Uniti sono divisi. Da una parte è chiara la necessità del paese di difendere l’accessibilità delle rotte marittime come visto, dall’altra non è evidente se lo sviluppo di una flotta militare possa essere una risposta sostenibile. I tempi e le risorse necessarie sembrerebbero incompatibili con l’attuale sviluppo del paese. Si aggiunga che la difesa delle proprie coste potrebbe non essere sufficiente, per cui si renderebbe necessaria una flotta in grado di pattugliare anche gli oceani a grande distanza dal paese. La soluzione diplomatica appare per certi versi più efficiente di quella bellica, tuttavia gli attriti già menzionati potrebbero far pendere l’ago della bilancia a favore della seconda opzione.
Gli autori citano Mikkal Herberg , direttore del Programma Asiatico per la Sicurezza dell’Energia presso il Centro Nazionale Asiatico per la Ricerca, per sottolineare l’altissima probabilità di un confronto fra Stati Uniti e Cina in materia di risorse energetiche. Ugualmente, scrivono i ricercatori, esistono diversi fattori che contribuiscono a mitigare la tensione fra le due potenze.
La Cina ha per esempio messo in piedi diversi programmi per la sostituzione del petrolio come fonte di energia: con il carbone (di cui è terzo paese al mondo per giacimenti) e con l’energia nucleare (di cui mira a essere entro il 2050 il massimo produttore mondiale).
Il paese inoltre, per la propria posizione emergente, tende a muoversi in mercati secondari rispetto a quelli sfruttati dagli Stati Uniti, tipicamente sottoscrivendo accordi per così dire di seconda scelta, per cui in diverse parti del mondo i due paesi non si confrontano.
Se è l’insaziabile “fame” di petrolio a poter scatenare il conflitto, è proprio questa stessa a poter portare alla cooperazione. La domanda congiunta di entrambi i paesi può infatti permettere loro di gestire l’andamento minaccioso dei prezzi della risorsa, per ora stabiliti unilateralmente dai maggiori esportatori, e normalizzare il rapporto domanda offerta con la creazione di riserve congiunte.
Ulteriore elemento di coesione è la necessità comune di garantire rotte navali sicure. Come già ricordato, può essere estremamente vantaggioso per la Cina assicurarsi l’appoggio Statunitense su questo tema anziché sviluppare una propria flotta militare d’alto mare.
Alla luce di questi fatti Zweig e Jianhai suggeriscono in conclusione un approccio positivo da parte di entrambi gli stati, aperto alla comunicazione e alla comprensione reciproca per evitare sin da subito ogni possibile conflitto.
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