17 feb 2008

Lilac Malah sul Management

HBR decide negli ultimi tempi di aprirsi a interviste “alternative” con personaggi al di fuori del mondo degli affari. Da questi e dalle loro esperienze è possibile apprendere lezioni di grande interesse, applicabili al business stesso.


Robert Redford racconta di come sia possibile cambiare radicalmente un’industria.
Spesso ci troviamo a lavorare in settori le cui regole del gioco troviamo repellenti, eppure nonostante la nostra teorica contrapposizione allo status quo, maggior parte di noi preferisce non agire. La scelta appare dicotomica: dimettersi, oppure rassegnarsi. Ci si dimentica sempre dell’esistenza di una terza possibilità descritta approfonditamente da Debra Meyrson in “Tempered radicals: how people use difference to inspire change at work”. È possibile provocare cambiamenti drammatici ed estesi a patto che si accetti di lavorare dall’interno dell’organizzazione e in maniera incrementale. Coloro che riescono nell’impresa sono definiti dall’autrice come radicali temperati. Robert Redford ne è un esempio significativo. Negli ultimi vent’anni ha lavorato dietro le quinte per cambiare l’industria cinematografica. All’interno del suo Sundance Institute, registi e scrittori promettenti trovano le risorse e i mezzi a loro altrimenti inaccessibili. L’istituto è divenuto una vera fonte di ispirazione per tutta Hollywood e un incubatore per film indipendenti. Secondo l’attore è possibile provocare il cambiamento di un’industria dall’interno, ma anche dall’esterno. La prima opzione, per sua natura incrementale, è quella più attuabile nella maggior parte dei casi. Per agire dall’interno è necessario innanzitutto capire i giochi di forza nell’azienda, studiarne le motivazioni e impararne il linguaggio. È molto importante presentarsi sempre in maniera più conservativa di quanto davvero ci si senta, evitare toni accesi, polemici e comunque troppo spinti. È importante capire in ogni istante la propria posizione rispetto alle forze in gioco. Secondo Redford per cambiare il sistema è necessario lavorare in sordina, dietro le quinte, evitando di colpirlo direttamente, frontalmente. In secondo luogo è importante acquisire credibilità, padroneggiando la propria materia di riferimento e guidando sapientemente i propri interlocutori su un terreno comune e condiviso. Qui poi diviene fondamentale saper trattare con il potere per arrivare con questo a dei compromessi vantaggiosi. Un ulteriore ingrediente che può contribuire al successo o al fallimento di un processo di cambiamento è il timing. Questo, unito a un forte appeal nei confronti degli outsider, porta le giuste persone al giusto momento a farsi promotrici della trasformazione. I veri problemi nascono invece quando il cambiamento tanto perseguito diviene finalmente parte della cultura dominante. È proprio in questa fase si rischia di cadere preda di facili tentazioni, che attentano inesorabili alla natura genuina dell’idea originaria. Non si può e non si deve mai cessare di spingere per il cambiamento, mai sedersi e dichiarare vittoria. Paradossalmente, nei processi di cambiamento, sarebbero più minacciosi i successi che i fallimenti. Si tratta di quello che Redford definisce il “ritorno allo zero”. Ogni qualvolta si pensa di aver raggiunto un traguardo è necessario tornare indietro alla linea di partenza e relazionarsi al successo come se non fosse mai stato, definendo una nuova meta e iniziando immediatamente il percorso per il suo raggiungimento.


Riconoscere i pattern prevalenti in un industria e anticiparne i cambiamenti sono oggigiorno competenze estremamente gettonate nel mondo dei manager. Sebbene queste capacità sembrino legate fortemente all’intuizione, diversi ricercatori iniziano ad affrontare l’argomento in maniera più scientifica. Il riconoscimento dei pattern non è né una novità, né una nuova capacità per molti, al di fuori del mondo degli affari. Fin dall’antichità i naturalisti hanno fatto affidamento su questa abilità per comprendere l’ambiente, ciò è in particolare vero per il bird watching. Gli uccelli hanno poche caratteristiche emergenti che ne permettano un riconoscimento immediato. Essi affidano alla propria velocità, alla capacità di sfuggire e di non essere identificati, la propria sopravvivenza. È per questo che i birder devono fare affidamento ad un misto di intuito, esperienza e tecnica per riconoscere le differenti specie di volatili. David Sibley, uno dei maggiori esperti birder americani e Julia Yoshida, birder e medico presso la clinica Lahey di Burlington nel Massachussets, rivelano ad HBR come i birder uniscano una grande conoscenza tacita ad una profonda esperienza acquisita negli anni per effettuare riconoscimenti nell’arco di pochi secondi. I due esperti spiegano che per quanto il processo possa sembrare quasi inconscio nella propria velocità, esso ha invece una natura profondamente metodica e razionale. Il riconoscimento dei pattern è l’arte di individuare un ordine nelle masse caotiche di dati a disposizione. Esistono più di 700 specie volatili da allevamento e 900 specie selvatiche nel Nord America, ognuna delle quali emette anche più di 12 differenti richiami. A complicare il tutto contribuisce il piumaggio, che oltre a variare da individuo a individuo, varia anche sullo stesso esemplare a seconda delle stagioni, dell’età e del sesso! Il processo di identificazione per pattern è di natura scientifica, deduttiva e non –come potrebbe apparire- puramente intuitivo. Esistono dei pattern nella collocazione geo-temporale degli uccelli. Nel processo di avvistamento e riconoscimento, si formulano delle ipotesi che verranno poi confrontate con le osservazioni effettive e viceversa. Le osservazioni saranno poi adattate ai pattern ricavati. Una volta individuato un pattern comportamentale specifico di una specie, ad esempio la permanenza in un luogo specifico, si tenterà di capire cosa, in quel luogo, attira gli esemplari e si ricercherà la presenza di esemplari della stessa specie in altri luoghi che possiedano questa data caratteristica. Il riconoscimento dei pattern permette di ridurre drasticamente le numerosissime possibilità di identificazione e definizione -per esempio- di un volatile. Accostando e confrontando diversi elementi, luogo, tempo, atteggiamento, aspetto, è possibile restringere la scelta riguardo alla natura del volatile a pochissime specie. L’errore dei principianti consta spesso, secondo Sibley, nel concentrarsi sulle caratteristiche comuni a diverse specie e sottovalutare invece i pattern discriminanti. Sono però proprio questi ultimi che permettono un riconoscimento sicuro (chiaramente a fronte di una conoscenza già consolidata delle caratteristiche di base, spesso comuni a più specie). Sono i pattern differenti, che tendono ad emergere con molta gradualità, a permettere una “diagnosi” sicura. Ed è proprio questa sicurezza ad essere il vero punto critico nell’attività di riconoscimento dei pattern. Quando infatti si può essere sicuri della propria definizione. Quando le informazioni raccolte sono sufficienti? Secondo Sibley la sicurezza totale non esiste, è necessario invece dare peso alla diversa valenza degli indizi raccolti. Alcuni infatti sono pienamente discriminanti, altri no. È sui primi che si andrà a fare riferimento, anche qualora la loro presenza sia minore rispetto a diversi indizi parziali. La certezza assoluta comunque non esiste mai. Una volta formulata una teoria alcuni pattern dovranno essere naturalmente ignorati a favore di altri. La scelta poi andrebbe fatta sulla base di inconsistenze significative tali da fungere da campanello di allarme. Come si è detto l’intuizione gioca comunque un ruolo importante nel riconoscimento di pattern e volatili. Questo è vero in particolare quando essa si fonda su una grande esperienza pregressa che porta a cercare nella giusta direzione e indirizza gli sforzi. Si tratta insomma di riuscire ad anticipare e non solo a riconoscere i pattern, così da cercarli proprio dove è più probabile trovarli riconoscendoli poi anche con pochi elementi a disposizione. Il riconoscimento dei pattern è quindi un’abilità in parte apprendibile. A favorirla contribuiscono una forte capacità autocritica e una solida autocoscienza, unite all’assenza di narcisismo. Questi tratti permettono infatti di ammettere gli errori commessi e di rivedere decisioni già prese, riuscendo così ad alimentare il quadro della situazione con ogni nuova informazione che si presenti. In questo senso gli errori sono davvero un’opportunità per imparare. Imparare che il mondo tutto sommato non è poi soltanto un grande caos

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