16 giu 2008

Economie



Dal sedile posteriore della nostra automobile, mio figlio Yair scruta con attenzione mentre faccio il pieno di carburante. Sono in piedi, proprio al suo fianco, mentre gli sorrido e mando uno sguardo preoccupato alla pompa di benzina. L’importo pagabile supera gli ottanta euro.
È una bella giornata di inizio Primavera e persino Milano sembra rivivere nel sole.
Avvolto nella sua tuta azzurra, l’anziano benzinaio si mimetizza con il cielo. Ci guarda e dopo un poco si avvicina per offrire il proprio aiuto. Gli faccio notare come pochi anni fa un pieno diesel costasse anche meno di cinquantamila lire. Annuisce con gli occhi che sorridono sotto il viso rugoso. Le mani gli tremano e gli occhi arrossati tradiscono una stanchezza che al momento mi sembra centenaria. I contanti che avevo preparato sono insufficienti e per pagare con la carta di credito sono costretto ad entrare nel minimarket a lato. Indugio, non sono sicuro se è il caso di lasciare Yair da solo. Il benzinaio intuisce il mio timore e mi rassicura, terrà d’occhio lui il bambino, non devo preoccuparmi.
Lo osservo nuovamente e rimango colpito dagli occhi umidi. Onnipresente nella stazione di servizio, fa ombra alle proprie generazioni e sembra sempre sull’orlo del pianto. Per questo motivo lo abbiamo soprannominato Salice.
Mi allontano dall’automobile e osservo Salice discutere allegramente con Yair. Mi vergogno un po’ per il moto di diffidenza nei confronti del vecchio, eppure non riesco ad impedirmi di sperare che non tocchi mio figlio con le mani callose e sporche di benzina. Attraverso la vetrata del negozio mantengo lo sguardo sulla scena mentre porgo la carta di credito al commesso, che poi è il figlio quarantenne di Salice. Attendo che il POS confermi il pagamento e mi guardo attorno alla ricerca di un piccolo regalo per i miei figli. Non riuscendo a trovare nulla, mi rivolgo al figlio di Salice perché mi aiuti.
Si scusa, non tengono più quel genere di mercanzia. Hanno solo prodotti per l’auto ora. In effetti avrebbero anche qualche gadget, ma sono tutti riservati ai proprietari delle tessere fedeltà. Sorride e mi rende carta di credito e scontrino. Torno all’automobile e mentre metto in moto rivolgo uno sguardo a Yair che mi chiede cosa ho fatto nel negozio. Gli rispondo che ho pagato per il pieno di benzina. Yair incalza e mi chiede nuovamente cosa ho fatto.
“Ho dato dei soldi al signore in cambio della benzina” rispondo.
“A cosa servono i soldi, papà?”.
Rifletto per un attimo e abbozzo una risposta plausibile: “Yair, noi avevamo bisogno della benzina per poter andare in gita. Il signore ha acconsentito a darcela in cambio del denaro. Lo stesso farà poi lui con altre persone quando avrà bisogno di qualche cosa. Cambierà il denaro con ciò di cui sente il bisogno. E così via”.
Yair risponde: “Si papà, come quando comperiamo i giocattoli”.
Rimango stupito per l’improvvisa quiete che emana dal sedile posteriore. È la prima volta che mio figlio non insiste con domande sempre più precise sino alle cause prime del fenomeno che lo interessa. Sembra soddisfatto della risposta.
Io invece rimango preda di un tarlo che mi tormenta. Non riesco a trovare sollievo nella spiegazione circolare e sistemica che ho dato a Yair e non capisco cosa lo abbia fermato nella spirale di domande che solitamente ci coinvolge.
Cerco di fare ordine. Al di là di tutte le teorie classiche sulla microeconomia e la macroeconomia, come si stabilisce oggi il prezzo della merce che acquistiamo?
Esso è legato al valore? (reale o percepito?). Come si accumula la ricchezza?
“La nostra società è violenta. Violenta e aggressiva” penso fra me e me.
Qualche anno fa mi trovavo a Yerushalaim. Era Sabato Sera e stavo passeggiando con mia moglie dalle parti di Ben Yehuda, fra le bancarelle del suk. La notte a Yerushalaim è sempre fresca, il che d’Estate costituisce un grande vantaggio. Ci fermammo ad osservare una pipetta appoggiata sull’orlo di una della bancarelle. Sembrava un narghilé in miniatura. Il mercante si avvicinò e decantando le lodi dell’oggetto ci chiese se lo volevamo per soli 40 Sheqel. Non avendo intenzione di acquistare alcunché, gli risposi che stavamo solamente osservando. Ci disse che per 30 Sheqel lo avrebbe venduto.
Rifiutai.
Apparentemente indispettito, l’uomo ci propose di acquistare la pipetta per 15 Sheqel e al nostro ennesimo rifiuto ci chiese in tono solenne di fare noi stessi il prezzo.
“A quanto lo vuoi comperare?”.
Risposi che davvero non ero interessato, presi mia moglie per mano e iniziai ad allontanarmi. Il mercante ci venne incontro offeso.
“Prendila, prendila gratis allora!” sibilò nel mentre gettava a terra l’oggetto.
Profondamente infastiditi continuammo a girovagare fra le bancarelle, mentre l’uomo raccoglieva con fare tranquillo il suo piccolo narghilé e lo riponeva in bella mostra assieme alla sua mercanzia.
Dove sta quindi la violenza?
Essa si nasconde nell’insistenza della trattativa? Nell’invasione dell’intimità, nella sollecitazione aggressiva? Nello scagliare a terra l’oggetto?
Per quanto al momento tutte le risposte mi sembravano valide, se ripenso oggigiorno all’episodio quando faccio benzina, oppure alla cassa di un qualunque supermercato, mi convinco sempre di più del contrario.
Il confronto acerbo con il viandante aveva ben poco di violento. La relazione era turbolenta, ma la lotta per accaparrarsi marginalità e valore era aperta, in superficie. In qualche modo le regole del gioco non erano tutte imposte a priori. Agivamo entrambi con molti gradi di libertà nella relazione da noi costruita all’istante.
Il supermercato è diverso. Nessuno si sognerebbe di contrattare con la povera cassiera che ci osserva alienata mentre passa allo scanner infrarosso i prodotti. Ugualmente con il vecchio benzinaio non mi permetterei di andare oltre l’osservazione che il costo (nemmeno il prezzo, si badi bene, il costo!) della benzina è salito.
Cosa significa salito? Chi detiene un potere tale da decidere che il costo debba salire? Chi detiene un tale potere da decidere che il costo è quello segnato sull’etichetta dei prodotti riposti in bella mostra alla luce pallida e artificiale dei neon?
Indubbiamente la natura collettiva del trattare fa violenza sull’individuo che si ritrova coinvolto, alienato e muto di fronte ad una realtà priva di vere relazioni di scambio.
Le triadi sono gruppi più solidi delle coppie. Lo sono poiché la relazione sopravvive alle momentanee crepe fra due dei tre individui, in forza del legame che rimane fra le diadi interne. Nella coppia singola, se si forma una crepa, l’instabilità rischia di mandare all’aria il rapporto.
La reazione aggressiva-attiva, il litigio, è pur sempre una richiesta di relazione.
Tento di portare l’altro sulle mie posizioni. Magari in maniera scorretta, ma il tentativo stesso è prova della mia intenzionalità nei confronti della relazione.
La ritrosia, il silenzio e il ritiro dal dialogo sono invece indice di un de-investimento dalla relazione. Sono molto più violenti e assoluti della reazione aggressiva e spesso non permettono repliche. Se il mio benzinaio alza i prezzi, se il supermercato sotto casa diviene apparentemente troppo caro rispetto al discount dietro l’angolo, andrò ad acquistare altrove. Non vi è relazione se non quella puntuale e sempre rinnovata dell’atto di acquisto.
Nel breve tratto che ci separa da casa, mentre guido e Yair canticchia con la sua meravigliosa voce in sottofondo, mi viene in mente una battuta ebraica.
“Beniamino e Isacco sono amici sin dall’infanzia. Cresciuti assieme a Crakowia si sono appassionati entrambi per l’arte ed hanno aperto due gallerie divenute piuttosto famose nel tempo. Beniamino acquista un Renoir di grande pregio e dopo averlo ammirato per diverse settimane decide di separarsene. Pensa che il dolore per la vendita di un oggetto a lui così caro sarebbe inferiore se ad acquistarlo fosse l’amico Isacco. La trattativa si protrae per qualche giorno, ma alla fine Isacco accetta di acquistare il quadro per un milione di Dollari.
Non passa una settimana che Beniamino, pentito dell’affare, chiede a Isacco di riacquistare il quadro. Isacco nicchia, sono bastati pochi giorni per far si che si innamorasse del dipinto, appeso in bella mostra nel salone di casa. La trattativa è piuttosto aspra e alcuni tasti dolenti vengono toccati da entrambi gli amici, ma infine arrivano ad un accordo. Beniamino ritira quindi il quadro per due milioni di Dollari ed è contento. Isacco per contro non riesce a darsi pace. Desidera ardentemente il quadro e decide di ricomperarlo da Beniamino. La trattativa sembra un vero e proprio litigio, ma i due amici si trovano infine sulla cifra esorbitante di tre milioni di Dollari. Questo giro continua per diversi mesi, sino a che un giorno Beniamino si reca da Isacco per l’ennesima controproposta di acquisto dell’ormai famoso dipinto.
“Ti offro dieci milioni per il nostro quadro!” urla trasportato dall’entusiasmo.
Isacco lo guarda un po’ triste e risponde: “Guarda Beniamino, te lo venderei volentieri, ma il quadro oramai non è più di mia proprietà. Me lo ha comperato per nove milioni e mezzo un mercante d’arte Russo”.
Beniamino guarda incredulo l’amico e urla infuriato: “Imbecille, come hai potuto! Tu ed io stavamo facendo da mesi i nostri affari migliori su quel dipinto! Ora tutto è perso.”
Quando si dice fedeltà e collaborazione!

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