Innova i nostri giorni come kedem. In Ebraico la parola nuovo Hadash ha la stessa radice di mese Hodesh. Kedem appartiene invece all’area semantica di Kodem, prima, quindi precedente, primordiale. Shana, anno, condivide la radice di cambiamento Shinui.
Nello scrivere indelebile su carta bianca, tutti i pensieri più profondi riguardo all’innovazione, al cambiamento, tutte le riflessioni sulla dicotomia fra tempo ciclico, Kairos, e tempo lineare, Cronos, mi sembrano improvvisamente perdere spessore. Si appiattiscono. Anche i segnali radicati nelle forme stesse della lingua ebraica smarriscono quella vitalità effervescente che ne caratterizza la tradizione orale, trasmessa dai maestri attraverso le generazioni. Così mi sembra di cogliere, seppure da lontano, il motivo per cui buona parte della Torà sia stato tramandato lungo i secoli per via orale. Da cui l’appellativo di Torà shebeal pè, letteralmente, Torà che sta sulla bocca. Forse è proprio questo tipo di memoria, presente, dinamica, che sta sulla bocca, a permettere che il passato non si cristallizzi, a far si che esso si possa trasformare in futuro. È grazie a questa memoria, così umana, dialogale, al di fuori dei musei, delebile, sfuggente, papiro-repellente, che diviene possibile rinnovare. Ecco perché mio padre insiste sempre sulla necessità di mandare a memoria il testo. Io purtroppo godo di una capacità mnemonica squisitamente procedurale e riesco a dimenticare testi e nomi ad una velocità sorprendente. Eppure mi rendo conto che è quel «sulla bocca» a mancare. Se si trova sulla soglia fra dentro e fuori, se si trova qui (in Ebraico qui [po] e bocca [pe] si scrivono allo stesso modo), la conoscenza permane, non viene dimenticata.
D’altra parte tutto il mondo aziendale sembra fremere al solo eco della parola innovazione. Va di moda. A parte qualche sacca di resistenza che ancora pratica l’antico culto dell’ottimizzazione, alla ricerca dell’efficienza e della riduzione dei costi, la nuova economia è votata appunto al nuovo. Al rinnovo. Il mondo cambia velocemente, è quindi necessario essere flessibili. Abbracciare il cambiamento, provocarlo, cambiarsi, cambiare l’ambiente circostante. La resistenza al cambiamento va contrastata, gestita, parola magica! Fiumi di formazione, società di consulenza in assetto da battaglia. E la ricerca scientifica corre veloce. Centinaia di articoli pubblicati, studi empirici, case study, interviste, questionari, nuove scale, metri di misura per l’innovazione. Si parla di gestione dell’innovazione. Ci si interroga sul ruolo delle conoscenze tacite nei processi innovativi. Come creare una cultura aziendale che supporti l’innovazione? Come far si che questa nuova cultura produca risultati concreti? Esiste forse una relazione tra cultura nazionale e livelli di innovazione nelle aziende locali? Ovviamente non può mancare un punto interrogativo inerente il legame fra strategia delle organizzazioni e innovazione, fra caratteristiche individuali e innovatività. Da qui alla ricerca di pattern d’innovazione a lume di candela il passo è breve. In modo particolare mi ha colpito il tentativo di distinguere fra innovazione radicale e innovazione incrementale. Sembrano proprio esistere due ritmi differenti nei processi d’innovazione. Uno è continuo: prodotti e servizi evolvono, migliorano, cambiano su una matrice predefinita. L’altro è invece discreto. Qui l’invenzione è totale, assoluta, non sembra esservi alcun legame apparente con il passato.
Io per contro penso che sia proprio questo secondo tipo di innovazione ad avere un legame straordinariamente profondo con il passato, con l’anteriorità dice mio padre. In effetti mi torna in mente una sua frase. Moshè è un prodotto del popolo ebraico in quel momento. Dopo Auschwitz sarebbe forse stato possibile produrre un altro Moshè. È l’elaborazione del passato, che plasma un determinato presente collettivo, a produrre l’innovazione radicale. Eppure, proprio mentre scrivo, mi rendo conto che il mio pensiero potrebbe essere solamente frutto della necessità molto umana di collocare gli eventi in un sistema deterministico. Un tentativo di eliminare il caso dall’orizzonte, di contenere il caos semplicemente ignorandolo. Anche su questo si potrebbe fare uno studio statistico: misurate l’intensità dell’intenzionalità di un gruppo sociale e cercate la possibile correlazione fra questa e la presenza di eventi dirompenti nella storia del gruppo. Sento però che la cosa potrebbe assumere un sapore piuttosto limitante anche per me, che uso cercare conforto nella razionalità sicura della ricerca empirica.
1 commento:
Innovazione la terra promessa dove ogni azienda, persona deve tendere ...tutti partono poi si arenano nel deserto della resistenza al cambiamento. Un vento che raffreda gli entusiasmi
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